- Home
- Volumi
- 2005
- 2006
- 2007
- Capitalismo, fondazioni, libertà sociali / n. 13 (2007)
- Banlieue, I: Milano / n. 14 (2007)
- Banlieue, II: Parigi, San Paolo, Nairobi / n. 15 (2007)
- Volontari / n. 16 (2007)
- Tracce di comunità da Olivetti a Ratan Tata / n. 17 (2007)
- Il sociale tra politica e antipolitica / n. 18 (2007)
- Le parole e le cose / n. 19 (2007)
- Dialoghi sulla comunità / n. 20 (2007)
- Millimetri & microcosmi / n. 21 (2007)
- 2008
- Migranti. Lavoro e cittadinanza / n. 22 (2008)
- La società dell’immigrazione / n. 23 (2008)
- Il welfare che verrà / n. 25 (2008)
- Comunità, territorio, mondo /n. 27 (2008)
- Il sociale nei comuni-polvere / n. 26 (2008)
- Educare nella modernità / n. 28 (2008)
- Identà plurali / n. 29 (2008)
- La clessidra rovesciata, 1 / n. 30 (2008)
- 2009
- La clessidra rovesciata, II / n. 31 (2009)
- De senectute / n. 32 (2009)
- L’accededario dell’economia civile / n. 33 (2009)
- Foucault, i luoghi e le pratiche / n. 34 (2009)
- La malaombra, il perturbante caso dei suicidi in una vallata alpina / n. 35 (2009)
- L’Aquila 09. Una comunità al ground zero / n. 36 (2009)
- Mettere in mostra la città fragile, I / n. 37 (2009)
- La città fragile, II / n. 38 (2009)
- CSR: la forza del contro-esempio / n. 39 (2009)
- 2010
- Il lavoro nella crisi. La povertà in Italia / n. 40 (2010)
- Dal distretto del piacere alla Notte rosa / n. 42 (2010)
- Zidane, anatomia di una testata mondiale / n. 41 (2010)
- Scrivere altrove, scrivere qui e ora / n. 43 (2010)
- Territorio. I territori tra retorica e realtà / n. 44 (2010)
- Il mare corto / n. 45 (2010)
- Le due comunità / n. 46 (2010)
- Diritti globali / n. 47 (2010)
- Vite fragili / n. 48 (2010)
- 2011
- Numeri on-line
- Recensioni
- Materiali
- Edicola
- Chi siamo
Pasolini e Testori. Le concordanze implicite
Sino al 1 luglio a Casa Testori (Novate milanese) è aperta la mostra che ha già conquistato la critica. È la prima volta che a Milano si possono vedere i disegni e i quadri di Pasolini, e vederli nel contesto suggestivo di Casa Testori è oltremodo affascinante. L’opera eterogenea di Pasolini rappresentata in mostra con oltre cinquanta dipinti e disegni, scritti autografi e una nutrita selezione di corrispondenza inedita, è distribuita nelle sale della casa natale di Testori, per offrire uno spaccato esaustivo delle diverse espressioni del genio pasoliniano e un suggestivo affresco delle infinite pieghe espressive del suo animo inquieto. Nelle stanze al piano terra otto nuclei cronologici e tematici documentano la ricchezza e la profondità intellettuale dell’artista. Al piano superiore, otto film in loop costruiscono un’istallazione visiva e sonora in grado di suggerire un’immersione totale nell’iconografia del grande regista e di far apprezzare le pellicole in versione integrale. Nell’occasione pubblichiamo il contributo del Presidente dell’Associazione Testori, Giuseppe Frangi, che restituisce le ragioni critiche di una Mostra davvero imperdibile.
Mostra a cura di Davide Dall’Ombra e Giovanni Agosti. Orari: Martedì – Venerdì 18-22, Sabato 10-23, Domenica e festivi 10-20, Chiusura: Lunedì. Scuole e Gruppi (min 15 persone) aperture anche fuori orario, su prenotazione: t.02.55.22.98.375.Giovedì 17 maggio alle 21 a Casa Testori un dialogo tra Silvano Petrosino e Marco Dotti sul tema “Sono tornate le lucciole?”. Per tutte le informazioni sulla Mostra, clicca qui.
di Giuseppe Frangi
Quella che segue è la traccia per un lavoro possibile: quello di vedere le vicende di Piera Paolo Pasolini e di Giovanni Testori come percorsi che avanzano in parallelo, con molti più punti di contatto di quanto le loro biografie lascino presagire. È un indice ragionato dei capitoli di cui potrebbe essere costituito un lavoro così. Ma già così, nella sua schematicità, rende bene l’idea di come la cultura italiana del secondo 900 abbia avuto in questo sodalizio che non è mai sbocciato ma che ha funzionato potentemente per dinamiche sotterranee, un punto di verità del tutto anomalo, con cui è straordinariamente interessante fare i conti oggi. Perché la storicizzazione, in questo caso, getta echi che toccano molto da vicino, anzi incalzano da dentro il nostro presente.
Un indice.
1. Sintetici profili psico-biografici.
2. Figli di Longhi.
3. Borghesi in periferia.
4. Tra lingua e dialetto.
5. Cattolici imperfetti.
6. Per amore di Romanino.
7. 1968. La proprietà privata come peccato originale.
8. In prima pagina contromano.
9. Genocidio e uomo artificiale.
10. Giovani.
1. Sintetici profili psico-biografici.
Date di nascita ravvicinate: marzo 1922 a Bologna, per Pasolini; maggio 1923 alle porte di Milano per Testori. Pasolini figlio di un militare, Testori di un industriale. Per tutt’e due fu decisivo il rapporto con le rispettive madri. Susanna Colussi, quella di Pasolini, era friulana: nella casa materna di Casarsa, dove si trasferirono dal 1925, matura le prime esperienze poetiche. Testori lega i primi ricordi della sua vita, così decisivi per la sua formazione umana e culturale, al paese della madre Lina Paracchi, Lasnigo nel comasco. Sia per Pasolini e che per Testori, tutt’e due omosessuali, il rapporto con le rispettive madri fu un rapporto cardine per tutta la vita. Presenze costanti e vigilanti, anche in età matura. Pasolini diede un ruolo a sua madre in Vangelo secondo Matteo. Testori ne fece la protagonista di un monologo da lui stesso recitato in decine e decine di teatri,Conversazione con la morte. «Tu sei sola al mondo che sa, del mio cuore, /ciò che è stato sempre, prima d’ogni altro amore», scrive Pasolini in Supplica a mia madre (da Poesie in forma di rosa). Nati scrittori, in realtà per tutt’e due la casella risultava troppo stretta: e quindi strabordarono sino dai primi anni, sconfinando nel cinema, nel teatro, nella critica d’arte, nella poesia, nel giornalismo e anche nella pittura.
2. Figli di Longhi.
Roberto Longhi è stato uno snodo fondamentale per la formazione sia di Pasolini che di Testori. Pasolini lo ebbe come professore all’Università di Bologna. Testori lo incrociò negli anni decisivi del dopo laurea, ai tempi della storica mostra di Caravaggio a Milano. Pasolini lo definisce una “Rivelazione”, il mio “vero maestro”. Testori: «L’arte per lui era una questione di vita o di morte. Ne parlava come si parla dell’amato, o dell’amante, del figlio e della figlia». Longhi aveva reso pienamente legittimo uno sguardo sull’opera d’arte non neutrale, uno sguardo impattante sul presente. Tutto questo con sommo scandalo di una maggioranza della critica asserragliata nello specialismo. Lui per primo operò questa rottura. Ad esempio in occasione dell’introduzione alla mostra milanese di Caravaggio, introducendo la categoria dell’“oggi” come chiave per capire la grandezza del pittore lombardo. C’è Longhi alla radice di quell’operazione di attualizzazione cinematografica che Pasolini fa dei capolavori di Masaccio, di Pontormo o di Giotto. «In Longhi, Il cinema agiva, sia pur in quanto mera proiezione di fotografie. E agiva nel senso che una “inquadratura” rappresentante un campione del mondo masoliniano – in quella continuità che è appunto tipica del cinema – si “opponeva” drammaticamente a una “inquadratura” rappresentante a sua volta un campione del mondo masaccesco» (da Descrizioni di descrizioni, 1977). Emblematica la dedica di Pasolini a Longhi della sceneggiatura di Mamma Roma: «A Roberto Longhi cui sono debitore della mia fulgorazione figurativa».
C’è ovviamente Longhi nel battesimo di Giovanni Testori come critico d’arte, con un saggio pubblicato nel 1953 su Francesco Del Cairo. Un battesimo all’insegna delle polemiche, per una lettura «spinta ai limiti tra critica, letteratura e psicanalisi» di questo artista “furibondo erotico” (da Conversazione con Testori, 1993).
3. Borghesi in periferia.
Pasolini tra le borgate romane, Testori tra le “coree” milanesi. Negli anni 50 e primi 60 la loro attività narrativa si concentra in modo quasi esclusivo su questi “teatri” dove si consuma un’epopea umana e dove in tempi rapidissimi avviene una vera mutazione antropologica. Il loro sguardo non è solo quello della documentazione, secondo la grammatica del neorealismo. È uno sguardo pesantemente coinvolto, passionale, capace di generare personaggi drammatici e indimenticabili. Pasolini indaga su un sottoproletariato sconfitto e incapace di fare resistenza all’imminente omologazione. Lo scenario di Testori è quello dell’immigrazione, delle contaminazione e delle tensioni sociali. È una narrazione potentemente visiva che con naturalezza sfocia nel cinema: Pasolini è lui stesso regista. Testori invece verrà portato sul set da Visconti. Se Testori si tiene lontano da Roma, Pasolini invece venne tentato da Milano: nel 1959 lavorava a una sceneggiatura La nebbiosa, in cui voleva raccontare le notti brave di giovani teddy boy Meneghini.
4. Tra lingua e dialetto.
Scriveva di sé Pasolini (in terza persona): »Egli si trovava in presenza di una lingua da cui era distinto: una lingua non sua, ma materna, non sua, ma parlata da coloro che egli amava con dolcezza e violenza, torbidamente e candidamente: il suo regresso da una lingua a un’altra – anteriore e infinitamente più pura – era un regresso lungo i gradi dell’essere. [...] Conoscere equivaleva a esprimere. Ed ecco la rottura linguistica, il ritorno a una lingua più vicina al mondo». (introduzione all’Antologia della poesia dialettale italiana). Diceva invece di sé Testori: «Quando rileggi le pagine che scrivo, mi accorgo che certe espressioni mi vengono, coscientemente o no, dal modo in cui parlavano mio papà e mia mamma, i miei zii, i miei conoscenti… A casa mia si parlava dialetto… con il passare del tempo mi accorgo che in tutto questo corre qualcosa di fondamentale, di decisivo» (da Conversazione con Testori, Luca Doninelli. Garzanti). Per Pasolini e per Testori l’agganciarsi alla lingua delle origini famigliari non è affatto un’operazione protettiva o nostalgica. È un modo per sfuggire all’omologazione che la lingua italiana stava subendo, in particolare dopo l’arrivo della tv. È un modo di tenere agganciato il fattore linguistico alla realtà. Per tutt’e due, poi, vale la genealogia letteraria da Gadda, in particolare per l’operazione che lui fece sul linguaggio. La radice è nel celebre racconto raccolto nelCastello di Udine, Polemica e pace sul direttissimo: «Verde Lombardia dove di già è scesa la bruma, e le desolate nevi. La cucchiara vi dimanda cazzuola e il mattone quadrello». Un’operazione quella di Pasolini e di Testori che abbina quindi fattori di appartenenza a fattori culturalmente eversivi (Walter Pedullà definì il fenomeno “il narratore come delinquente”).
5. Cattolici imperfetti.
«Io sono una forza del Passato./
Solo nella tradizione è il mio amore./ Vengo dai ruderi, dalle
chiese,/
dalle pale d’altare, dai borghi/
abbandonati sugli Appennini o le Prealpi,/
dove sono vissuti i fratelli». (da La religione del mio tempo). Per Pasolini e Testori il rapporto con la Chiesa e con la tradizione cattolica è un rapporto profondo, ineludibile, ma sempre profondamente inquieto. È un rapporto che travolge ogni formalismo, e che aldilà di un’adesione dichiarata (Testori) e negata (Pasolini) è sempre esito di un amore potente anche quando espresso attraverso vere e proprie invettive. Tutt’e due hanno avuto anche problemi personali con le gerarchie ecclesiali, in particolare agli inizi degli anni 60 quando sono stati al centro di due casi giudiziari in cui la censura, ampiamente sostenuta dai media cattolici, era intervenuta contro l’Arialda (Testori) e contro la La Ricotta (Pasolini). Sono infiniti i rimandi al cattolicesimo nelle loro opere. C’è da sottolineare un sentimento comune che affiora nei rispettivi ultimi anni, quando la Chiesa viene vista come forza di resistenza alla grande omologazione culturale vincente.
6. Per amor di Romanino.
Nel 1965 a Brescia di tiene una grande mostra dedicata a un grande del ‘500 lombardo, Gerolamo Romanino. A latere della mostra venne organizzata una tavola rotonda a cui partecipò anche Pasolini. L’anno dopo Testori dava alle stampe uno dei suoi saggi più famosi intitolato “Lingua e dialetto nella tradizione bresciana”. È una sorprendente coincidenza, perché mentre Testori si muoveva su terreni suoi, la presenza di Pasolini a Brescia poteva essere considerato un imprevisto. Ma Romanino aveva fatto scattare in loro una stessa scintilla: lo vedevano come l’alfiere di una cultura figurativa non allineata. Cioè del tutto asimmetrica rispetto alla grande tradizione rinascimentale. Pasolini insisteva sulla sua natura anticlassicistica. Testori sull’energia realistico-dialettale del suo linguaggio figurativo. Romanino, per entrambi, si trasforma in una sponda preziosa, che sperimenta il rischio e la libertà di sottrarsi alle parole d’ordine e alle egemonie culturali. Non per un vezzo, ma per una sorta di necessità vitale.
7. 1968, la proprietà privata come peccato originale.
Ci sono due opere in cui Testori e Pasolini, nel clima carico di utopie e di violenza nel passar di decennio tra gli anni Sessanta e i Settanta, arrivano a stringere la loro riflessione attorno a uno stesso nodo tematico: quello della proprietà privata, come veleno di una civiltà. Pasolini lo fa in Teorema (1968), con il finale in cui il protagonista si spoglia di tutto regalando la sua grande fabbrica agli operai, spiazzati e stupiti (ma qui il realismo di Pasolini non elude il problema di come i frammenti di proprietà diffusa si trasformino in propagatori di cultura borghese, anziché neutralizzarla). Anche Testori fa annunciare al suo Ambleto, prima di morire la dispersione di tutti i suoi beni. E come in Pasolini il gesto apparentemente purificatore prospetta subito un’ambiguità: «ve le do imperché anche voi, diventando padroni, ariate da comprendere che la proprietà, e inzolamente lei, è il vermeno maledetto che fa andare tutto in del pus e in del marcio» (daL’Ambleto,1971). È interessante notare come quest’idea sulla proprietà privata, per quanto in quegli anni di impronta marxista, non sia affatto estranea al pensiero dei Padri della chiesa. È Sant’Ambrogio a scrivere nel De Officis che «la natura ha dunque generato il diritto comune, l’usurpazione ha generato il diritto privato».
8. In prima pagina contromano.
Pasolini dal 1972 al 1975, Testori dal 1977 sino alla morte (ma gli anni di collaborazione intensa furono i primi) si avvicendarono come firme “eretiche” sulla prima pagina del Corriere della Sera. Tutt’e due interpretarono il loro ruolo in modo assolutamente controcorrente, sfilandosi da ogni posizione precostituita e soprattutto aprendo fronti di dibattito o più spesso di polemica, fuori da ogni agenda cultural politica. Dal punto di vista metodologico li accomunava un’attenzione ai particolari o ai risvolti secondari della cronaca. Pasolini poteva prendere spunto da un fatto minore come il rischio di scomparsa delle lucciole, Testori da un dramma nascosto, come la lettera di un ragazzo brianzolo che aveva deciso di togliersi la vita. Tutt’e due aborrivano gli obblighi del politicamente corretto e l’agenda obbligata del Mainstream per questo per diverse ragioni entrarono in collisione soprattutto con l’establishment culturale della sinistra, che accusavano di essere funzionale al grande progetto di omologazione culturale dell’Italia.
9. Tra genocidio e uomo artificiale.
C’è una vena apocalittica che lega in particolare le riflessione degli ultimi anni di Pasolini e di Testori. Quella che Pasolini documenta è un’apocalissi antropologica: «Oggi l’Italia sta vivendo in maniera drammatica per la prima volta questo fenomeno: larghi strati, che erano rimasti per così dire fuori della storia –l a storia del dominio borghese e della rivoluzione borghese- hanno subito questo genocidio, ossia questa assimilazione al modo e alla qualità di vita della borghesia» (Pasolini, discorso alla Festa dell’Unita, 1974). Testori esprime invece un’apocalissi legata agli sviluppi di una scienza fuori controllo: è il regno della «Meccanica Ragione» il progetto di un uomo e di un cosmo prodotti e non creati, di annullamento dell’esperienza della procreazione e della nascita: uomini «intatti, /bianchi, / scelti, / diretti / e comandati»» (da Post Hamlet). È interessante come per tutt’e due tra gli spunti “storici” che innescano le loro riflessioni ci sia stata l’approvazione della legge sull’aborto (per Pasolini) e il referendum sulla legge stessa (Testori): l’aborto viene visto come eclisse dei valori e degli assetti che avevano regolato la vita degli uomini sino a quel momento.
10. Giovani.
Difficile trovare due intellettuali che abbiano avuto tanto a cuore la questione dei “giovani” durante la loro vita. È un fil rouge costante, a volte persino martellante che aldilà dei giudizi diversi cui Pasolini e Testori approdano testimonia un’apertura vitale e senza riserve al mondo che gli scorreva davanti e che avanzava. Sono le difficoltà che i giovani vivono (l’infelicità dei giovani), o le mode che i giovani subiscono a innescare le loro riflessioni. E anche quando si tratta di condannarli (in particolare Pasolini) i giovani restano al centro delle loro attenzioni e preoccupazioni. Ovviamente sono i processi innescati dal 1968 a catturare la loro attenzione. Pasolini, spiazzando tutti, aveva condannato senza mezzi termini la protesta sessantottina dei giovani, accusandola di essere funzionale alle logiche del neocapitalismo. Fece scalpore il suo schierarsi dalla parte dei celerini sottoproletari nei giorni degli scontri romani di Villa Giulia. Anche Testori fu feroce contro le derive ideologizzanti del 1968, ma ebbe uno sguardo molto più comprensivo verso coloro che riteneva vittime sacrificali del nuovo cinismo dominate. Ma a parte i giudizi, fu la “militanza” al fianco dei giovani, la quantità di incontri, di confronti, di riflessioni a contrassegnare le loro esperienza culturale. Pasolini. Nel libro che raccoglie gli ultimi scritti giornalistici, uscito postumo, Pasolini incluse anche un Trattatello dedicato a un quindicenne napoletano, Gennariello. Gli diceva: «Non lasciarti tentare dai campioni dell’infelicità, della mutria cretina, della serietà ignorante. Sii allegro» (da Lettere luterane). I campioni dell’infelicità sono i padri e le madri colpevoli di non aver saputo «comunicare la gioia di un destino: «Capisco molto di più un giovane che si perde che non una mamma o un padre di 40, 50 anni che continuano nella loro inerzia» (da Il senso della nascita, 1981).
ISSN ON LINE 2280-3645

Communitas by http://communitas.vita.it/ is licensed under a Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivs 3.0 Unported License.


